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corso fotosub

Lez. Fotosub 05 - Messa a fuoco e profondità di campo

di Francesco Turano



22/4/2007 - Saper usare il fuoco manuale, conoscere la profondità di campo, stimare ad occhio la distanza del soggetto dal piano pellicola permette di lavorare senza fidarsi ciecamente dell’attrezzatura.

Al giorno d’oggi, mettere a fuoco guardando attraverso il mirino di una reflex e manovrando sulla ghiera di messa a fuoco di un obiettivo o, addirittura, stimare la giusta distanza di fuoco a occhio giocando sulla profondità di campo (come si faceva con le fotocamere anfibie tipo Nikonos, dotate di mirino galileiano) potrebbe sembrare assurdo, vista l’esistenza di sofisticati sistemi autofocus che si contendono il primato della velocità e che risultano estremamente comodi.

Eppure, a mio avviso, rimane di estrema importanza saper usare il fuoco manuale, conoscere la profondità di campo e stimare ad occhio la distanza del soggetto dal piano pellicola, per poter lavorare senza fidarsi ciecamente dell’attrezzatura e, soprattutto, per sfruttare i segreti della fotografia a nostro piacimento.

Prima di addentrarci nell’argomento ripassiamo un concetto già espresso nella precedente lezione: la lunghezza focale di un obiettivo. Tale è la distanza che intercorre dal centro ottico al piano focale. Nelle ottiche normali (50 mm), la lunghezza focale equivale all’incirca alla diagonale del formato impiegato. Vi sono poi tutta una serie di obiettivi che coprono lunghezze focali minori, con angolo di ripresa maggiore (le cosiddette focali corte o grandangolari) e lunghezze maggiori, con angolo di ripresa minore (focali lunghe o teleobiettivi).

Tornado al “fuoco” del nostro discorso, a questo punto possiamo affermare che si intendono come nitidi tutti quegli oggetti che, trovandosi esattamente alla distanza di fuoco impostata sull' obiettivo (piano focale) avranno la massima nitidezza possibile per l’obiettivo stesso. Tutti gli altri piani, posti davanti e dietro al piano focale e che risulteranno più o meno sfocati, vengono a trovarsi in quello spazio definito come 'profondità di campo' e saranno leggibili in funzione della lunghezza focale dell'obiettivo e del diaframma impostato.

Volendo essere più espliciti, possiamo definire la profondità di campo come quello spazio o quell’intervallo entro il quale tutti i soggetti risultano nitidi, cioè a fuoco. L’ampiezza di questo spazio, cioè l’ampiezza della profondità di campo, è tanto maggiore quanto più chiuso sarà il diaframma dell’obbiettivo e quanto maggiore sarà l’angolo di campo dell’ottica usata (ottica e obbiettivo, per intenderci, sono la stessa cosa…).

profondità di campo
profondità di campo

Nel grafico sono riportati, a sinistra in mt, la scala delle distanze tra fotocamera e soggetto, mentre in alto si trovano tre diversi diaframmi, ai quali corrispondono tre fasce (in celeste) di ampiezza via via decrescente man mano che il diaframma si apre, fasce che ci indicano la zona in cui tutto è a fuoco impostando, nell’esempio, la distanza di fuoco su mt 1,50.

Con diaframmi aperti, lo spazio entro il quale i soggetti saranno a fuoco sarà molto ridotto e tutto ciò che sarà poco prima e poco dopo del piano focale sarà praticamente sfocato. Effetto particolarmente sentito con teleobiettivi, soprattutto se spinti, mentre con i grandangolari (le ottiche più usate sott’acqua) la profondità di campo sarà sempre notevole e giocherà a nostro favore, poiché con diaframmi (o stop) che variano tra 5.6, 8 e 11 (i più usati sott’acqua a brevi distanze e con ottiche grandangolari), secondo la distanza dal soggetto e il tipo di flash usato, avremo la possibilità di usufruire di ampi spazi di nitidezza.

Ad esempio con un obbiettivo da 20 mm avremo, impostando un diaframma f16 e una messa fuoco a 40 cm, avremo una profondità di campo da 25 cm all' infinito; per contro, con un 105mm macro (altra ottica molto usata per la macro sott’acqua) impostato a 30cm e diaframmando a f22 la profondità di campo si ridurrà a pochi millimetri.

macro
Foto 1

Foto 1: a distanze molto ravvicinate, quando cioè si fa macrofotografia (nel caso specifico è stato usato un obiettivo macro 105 mm), anche usando diaframmi chiusi (nell’esempio è stato usato f16) la profondità di campo rimane ugualmente molto contenuta e, come si vede, lo sfondo distante pochi cm dal pesce è già sfocato abbondantemente. Tuttavia, in questo genere di immagini, la scarsa profondità di campo torna di vantaggio facendo risultare maggiormente il soggetto (salvo eccezioni).

campo lungo
Foto 2

Foto 2: nei campi lunghi, fotografando cioè con ottiche grandangolari a distanze intorno al metro, usando diaframma f5.6 avremo già una buona profondità di campo, come si vede nella foto fatta con un 15 mm e pellicola 100 asa.

Inutile ribadire che con le moderne fotocamere autofocus questi problemi non si porranno quasi mai; ma in particolari riprese d'azione, dove è quasi obbligatorio il blocco dell'autofocus, ma soprattutto quando si lavora con fotocamere anfibie non reflex (per chi ancora ci prova e per i professionisti d’un tempo ancora legati all’uso della Nikonos), il calcolo va fatto “a naso” e la stima delle distanze e dello spazio di fuoco ci porterà, specie all’inizio, a cadere in una serie di errori, a mio avviso errori importanti per apprendere la tecnica della fotografia, specie della fotografia subacquea dove l’azione impone a volte il non uso di sistemi sofisticati tipo autofocus ma la rapidità e l’impostazione preventiva delle regolazioni (tempi, diaframmi e tutto il resto).

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