Un uomo ed il suo mare
11/3/2008 - Era una normalissima fredda ed uggiosa giornata invernale. L’alba tardava ancora ad arrivare sullo Stretto mentre sulle vicine montagne di Scilla si intravedevano già i primi tenui bagliori di quella che si sarebbe rivelata poi, una splendida giornata di pesca.
Sulla spiaggia di Cannitello il vecchio motore diesel della barca, quasi trent’anni di onorata ed ininterrotta attività, borbottava tranquillo col suo rumore ritmico e cupo mentre Nino “U Canfora” imbarcava lenze, esche, palature, coppo e raffio e l’immancabile bottiglietta di caffè che la moglie gli preparava ogni mattina alle quattro e mezza in punto.
Quella sarebbe stata l’unica sua colazione per tutta la giornata; otto ore in mare a bordo della sua “Maria”, una vetusta barca interamente in legno dipinto a mano, nei colori tipici della marineria locale: azzurro, giallo, rosso, e l’immancabile bianco.

Nino “U Canfora”, con fare sicuro e veloce di chi col mare ci campava, ”mugghiava”(1) cime e lenze e controllava l’olio del motore. Avvitava il tappo del “leggio”, l'unico scolo d’acqua della chiglia della barca.
“U Canfora” è il nomignolo affibbiatogli a causa della quantità industriale di olio di canfora che tutt'ora spalma sui suoi capelli resi bianchi dal tempo e da quasi ottant’anni vissuti giorno per giorno in un indissolubile matrimonio col “Mare”. Mare che è sempre stato la sua vera sposa e unico rifugio.
Una normalissima giornata di pesca per “Nino” ma non per me, imberbe quindicenne assetato di tutto quello che era il mondo dei marinai. Un’occasione piu’ unica che rara.
Si, perche è molto raro che i pescatori, almeno quelli locali, accettino passeggeri a bordo delle loro barche, gelosi come sono dei loro segreti e tra l’altro anche molto superstiziosi. Il pescaturismo moderno e le varie trasmissioni televisive da noi non sono mai veramente arrivate.
“Moviti, prestu, prestu, varumu, pripara i falanghi sutt’à barca”(2) ordinò perentorio “Nino”. In sostanza sono delle tavole di legno opportunamente rese viscide con vari grassi, per far scivolare meglio la barca in acqua.
Pochi secondi ed eravamo già in mare, mentre “Nino” con una mano timonava e con l’altra già innescava la lenza di fondo. Si pescava polpi, pesca ideale col mare piatto: circa sessanta metri di lenza, rampino innescato con la “ Sarda” e tanta pazienza.
Aveva già issato a bordo tre grossi “pruppi”(3) quando sentii Nino gridare con forza: “tira, tira a lenza, che’rocchi, ‘nce’ u Vapuri i sutta”.
“Comu”, esclamai esterrefatto in stretto dialetto cannitellese, “quali Vapuri?”
Quella giornata di pesca si concluse con una quarantina di chili di polpi pescati da Nino e solo due pescati dal sottoscritto ma in compenso avevo appena capito, come si pesca in alto mare.

Tornato a terra mi affrettai a chiedere cosa diavolo fosse “U’ Vapuri”.
Nino, con fare tra il paterno ed il pazientoso in uno stretto dialetto cannitellese che io traduco per comodità di racconto, mi rispose: ”fuori del torrente Zagarella è affondata all’epoca della grande guerra una nave, un grosso bastimento a vapore. Ricordati di non pescarci mai sopra ché perdi lenze ed ami”
Quella sera andai a dormire inquieto e l’immagine surreale di un grosso bastimento, come l’aveva chiamato Nino, che si inabissava tra le potenti correnti dello Stretto non mi fece fare sogni tranquilli.
Il mio primo e vero incontro col famoso “Vapore” si svolse però circa quattro anni più tardi, quando ormai avvezzo, almeno credevo così, all’uso dell’autorespiratore, in compagnia di un amico di follie decidemmo di andare a vedere come era fatto questo benedetto relitto di cui tanto parlavano tutti i pescatori, bombolari e no.

E’ proprio vero credetemi, il primo relitto non si scorda mai. Mi fece l’impressione di un mostro marino, una sorta di antro sommerso e buio.
Non vedevo l’ora di parlare con il “Canfora” per farmi spiegare tutto e di più di quello strano ammasso di ferro arrugginito spaccato in due, direi dilaniato, ma fiorito e soprattutto vivo. Incredibilmente vivo, tante e tali erano le specie animali che ci vivevano sopra.
Era una splendida serata estiva e furono fatte diverse cale col “Ragno”, una sorta di rete tirata a mano pesantissima, ma molto usata dalle nostre parti. Il “Canfora” era come sì suol dire, il “Mastro di ballo”(5) e noi ragazzi di allora eravamo la forza lavoro, vale a dire le braccia. Dopo la pesca, tra un fritto di pescato al fuoco di un falò improvvisato sulla spiaggia ed un bicchiere di buon vino rosso, approfittando della leggerezza del momento chiesi a Nino: “Ma comi ffundau stu’ vapuri?”(6) Nino abbassò gli occhi, quasi a rovistare dentro la memoria, e mi parlò.
Come al solito traduco: “In una notte dell’inizio del secolo, almeno così mi raccontò mio padre, due grossi mercantili vennero in collisione in prossimità di Cannitello. Uno proseguì la sua corsa verso la vicina Sicilia, affondando più o meno a Ganzirri, l’altro fu spiaggiato dal comandante della nave alla foce del torrente Zagarella, dove inizialmente sporgeva addirittura con tutta la prua.”

“U Vapuri” di cui le genti locali, parlo di quelle sopravvissute ai fatti, non ricordano nemmeno il nome, trasportava nelle sue stive grano, tanto grano. A tal punto che Nino ricorda perfettamente che i pesci che allora accorsero in quantità, per la grande “mangianza”(7) e che suo padre pescava, avevano nella loro pancia sempre e soltanto grano.
Il “Vapuri” ferito a morte ma ancora in secca alla foce del torrente nottetempo esplose, almeno così narra Nino: ”Fici nù bottu ma nù bottu, chi finu a Scilla u sintiru”
In effetti la teoria più accreditata oggi sembra essere quella dell’esplosione di una caldaia, anche se sull’ipotetico scontro tra i due fantomatici mercantili di cui narra “Nino” e non solo lui, di fatto nulla si sa di certo.
Tutt'alpiù mi viene da pensare ai relitti affondati nella vicina e dirimpettaia Ganzirri, ma non coincidono le date presunte degli affondamenti dunque prendo la cosa così come viene, dalla sua viva voce.
Mastro Peppe “U Bisaccia” vecchio lupo di mare anche lui, ma ormai arrugginito dagli anni e dalle alterne fortune della vita, avvalorò le parole di Nino e tra un bicchier di vino rosso ed un piatto di ”Fragaglia”(8) ricordò anche lui di una grande collisione. Aggiunse però che poco più in là del grosso troncone del “Vapore” lui, in una notte di pesca ci rimise le reti e che là sotto ci sarebbe un altro pezzo dello stesso relitto; cosa che in immersione constatai più tardi corrispondere al vero.
Ma le lamiere contorte trovate là sotto apparteranno veramente al “Vapuri”?
Il mistero si chiarì quando Andrea “U bancheri” detto così perchè lavora effettivamente tutt’oggi in banca, ma che non manca mai quando si tratta di mangiare pesce fresco, sostenne a viva forza che quelle lamiere a circa quindici metri appartengono al relitto di un mezzo da sbarco alleato di cui alla fine del secondo conflitto mondiale, si sarebbe recuperato uno dei due motori Rolls Royce addirittura facendo saltare la coperta col tritolo. Motore che poi fu imbarcato su un famoso rimorchiatore dell’epoca, il “Balena” sul quale lavorava suo padre.
Nulla a che vedere, dunque, con il famoso “Vapuri” ma un altro relitto seppur piccolo ma interessante.
Io pensai: "due relitti affondati a pochi metri l’uno dall’altro". Che storie attorno ad un fuoco... Certo fu, che i due relitti divennero una manna per i pescatori locali e per tutta la comunità Cannitellese che allora traeva i suoi maggiori sostentamenti dalle famose filande di seta e sopratutto dal mare e dai suoi prodotti.

Le rispettive carcasse avevano trasformato uno spoglio e desolante ripido dirupo in due splendidi reef artificiali dove ogni tipo di pesce stanziale finiva per stabilirsi più o meno definitivamente. Sul “Vapuri” c’era la fila giorno e notte tra pescatori di superficie, con canne e lenze o barche e bombolari di allora che dapprima lo spogliarono di ogni ben di Dio e poi cominciarono a cacciarci dentro.
Tra l’altro la pesca con l’ARA (Auto Respiratore ad Aria) allora non era nemmeno proibita e corvine, cernie, aragoste, astici, saraghi grossi “come ruote di Vespa”, giganteschi gronghi e persino gattucci, avevano eletto a fissa dimora il relitto.
Ricorda Peppe detto “U simpaticu”, altro pescatore storico locale, che persino Tano il bombarolo la “buonanima” come si usava dire in loco di chi passava a miglior vita, di notte tarda per paura di essere “pizzicato” faceva esplodere le sue rudimentali ma efficaci bombe di profondità uccidendo tutto quello che viveva o passava di li, che inevitabilmente saliva a galla o era pescato sul fondo già morto da abili e pronti bombolari.
I tardi anni ottanta videro il primo timido ed incerto affacciarsi della subacquea ricreativa e dei primi Diving. La Calabria e con essa Scilla e lo Stretto di Messina, fino allora pressocche’ sconosciute a livello subacqueo dal grande pubblico nazionale, cominciarono a diventare meta privilegiata di frotte di subacquei di ogni sorta e genere.
Oggi, il relitto giace ancora là, tra trenta e cinquantasei metri, con le sue strutture dilaniate dal tempo con molti meno pesci di allora ma con intatto tutto il suo misterioso fascino ante guerra.
Per fortuna madre natura aveva messo lì a guardia dei suoi tesori più nascosti, quasi in un estremo e disperato tentativo di preservarlo da altre mani criminali, un orologio dal timer inesorabile. Le correnti dello “Stretto”.
Settant’anni passati in mare, Nino ”U Canfora” ancora oggi le sorveglia e le solca. Io ne sono “il figlio”.
Legenda:
- Raccoglieva.
- Muoviti, muoviti, presto variamo, prepara le falanghe sotto la barca.
- Polpi.
- Immersione della rete.
- Colui che comanda la pesca.
- Ma come è affondato questo vapore?
- Abbondanza di cibo.
- Fritto misto a base di piccoli pesci.

