Home | Forum | Chi siamo | Contatti | Ecosub | Elenco dei diving | Esperti rispondono | Punti di immersione | Notizie | Categorie | Link | RSS  
 HOME | CATEGORIE | SUBACQUEA
Dimensioni del font: +F F -F 

La percezione del pericolo

di



- Fino a quanto sei in grado di scalare una montagna ?
Sull’Everest la parte finale della scalata è a un’altitudine cosi alta che la rarefazione dell’aria fa si che sia necessario l’uso delle bombole di O2 eppure, l''8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler raggiunsero per primi la cima senza l''ausilio di ossigeno.

Ad essi ne seguirono molti altri, ed ancora oggi molti tentano non solo la scalata, già di per se un impresa, ma la tentano senza l’ausilio delle bombole di ossigeno, ogni anno mediamente una decina di scalatori perdono la vita tentando di scalare la “cima del mondo”.

Cosa spinge l’uomo a scalare l’Everest oggi ?

Quando lo chiesero a George Leigh Mallory un alpinista inglese che ha fatto parte delle prime tre spedizioni per la conquista del monte Everest, rimanendovi poi vittima, rispose:

“Semplicemente perché è lì”

I limiti che poniamo sott’acqua sono limiti prudenziali la cui logica è mantenere l’attività all’interno di un rischio accettabile da un padre di famiglia che va a passare una giornata facendo un’attività di svago.

Ma la subacquea presenta anche un “fascino estremo” un demone che ci spinge a tentare immersioni che si sa o si pensa di saper gestire e per tanto si tentano - anche se esulano da quei limiti che aspetti tecnici intesi nell’esame dei processi psicofisici unitamente all’ambiente estremo ci impongono.

Quale livello di pericolo si è disposti ad affrontare durante un immersione ?

A questa domanda, per me, non c’è una, ed univoca risposta, tanto come non è possibile individuare in tutti gli scalatori un medesimo grado di rischio accettato, altrimenti o tutti gli scalatori tentano l’Everest o nessuno ci andrebbe. Ci sono persone che accettano livelli alti, molto alti, altissimi e persone che non reputano di doversi far carico di rischi maggiori di quelli che si correrebbero giocando a Bowling.

Chi ha ragione ?

Per me tutti, assolutamente tutti, purché l’accettazione del rischio - poco o tanto che sia - venga fatta con una reale consapevolezza del pericolo affrontato.

Questo è il vero problema, secondo me, quanti possono dire in “cuor proprio” sono veramente consapevole dei pericoli ?

Ma soprattutto, come si fa ad essere veramente consapevoli di un qualcosa che, scusate l’espressione, si può “vedere” solo al “buio” ?

Se ti chiedessi sull'arte probabilmente mi citeresti tutti i libri di arte mai scritti..: Michelangelo. Sai tante cose su di lui: le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il papa, le sue tendenze sessuali, tutto quanto vero? Ma scommetto che non sai dirmi che odore c'è nella Cappella Sistina. Non sei mai stato lì con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto.. mai visto. Se ti chiedessi sulle donne, probabilmente mi faresti un compendio sulle tue preferenze, potrai perfino aver scopato qualche volta ma non sai dirmi che cosa si prova a risvegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. Sei uno tosto. E se ti chiedessi sulla guerra probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia eh? Ancora una volta sulla breccia cari amici??.... ma non ne hai mai sfiorata una.” (http://www.youtube.com/watch?v=RPhkVMjhCHI)


Fino a quando non si provano certe situazioni non si potrà mai sapere cosa si prova ma soprattutto come noi le proviamo.

Spesso diamo scontato che ciò che noi abbiamo provato “nel bene o nel male” avvenga nella stessa forma anche nelle altre persone ma cosi non è.

Per esempio tutti i problemi psicofisici dell’aria li conosciamo Pp di O2 – accumulo di CO2 – narcosi da gas compressi (N2 + O2 + CO2) – densità della miscela – sforzo inspiratorio – etc. etc., tutto questo si sa e/o si può leggere ma fino a quando non si scende a quote narcotiche non si potrà mai essere consapevoli di come tutto questo ci limita e di come noi reagiremo a tutto questo.

Non solo quindi, si deve accettare un rischio maggiore, ma si deve anche accettare un incertezza maggiore nel fare un esperienza pericolosa di cui non si può essere consapevoli veramente fino a quando non si fa.

E’ paradossale ma in questa ricerca di consapevolezza bisogna accettare anche un necessario grado d’incoscienza.

Se uno è consapevole di tutto ciò – per me – tanto come chi decide si scalare l’Everest (oggi) – ha il diritto, di provare ad immergersi secondo i limiti che lui stabilisce.

Io posso solo dire che la mia accettazione del rischio è cambiata con il passare degli anni. Ora, forse, complice la nascita di mia figlia non sono disposto a rischiare più di tanto. Resta il fatto che l’attuale mio limite potrebbe essere giudicato da altri, comunque troppo alto (lo dico senza polemica proprio per sottolineare la natura soggettiva del fare).

Inoltre didatticamente parlando fino a che punto è lecito insegnare ?

Oltre il quale – attenzione - non dico che non si debba fare ma non si può fare perché si entra in una tipologia d’immersioni dove l’insegnamento della tecnica etc., non basta.

Questa è per me la definizione di attività estrema quella che un tempo veniva chiamata pionieristica e che oggi che è stato tutto scoperto è sport estremo tanto come scalare l’Everest.

Non ci sono scuole che t’insegnano a farlo, si puoi imparare la tecnica nei corsi ma sull’ Everest non basta, conta di più il desiderio e ciò che spinge a realizzare l’impresa sapendo di rischiare tutto (la vita) e una volta sul tetto del mondo conta solo la feroce volontà di rimanere vivo che deve spingere a tornare indietro anche senza riuscire nell’impresa.

Chi ha scalato l’Everest non è tecnicamente il migliore scalatore, non si cala l’ Everest per essere consacrati migliori tecnicamente ma per una ricerca di estremo che, chi poco chi tanto, tutti noi abbiamo dentro e cosi per esempio l’immersione profonda in aria non rende subacquei migliori ma appaga un nostro desiderio di fare, so che sono in grado di fare (o penso di riuscire a fare) per cui faccio.

Io sono dell’idea che il mito nasce con i divieti, io sono dell’idea che se alle persone si spiegano tutte queste cose, le persone capiscono.

Magari un domani qualcuno tenterà cose estreme ma è nella nostra natura umana – un domani nascerà un nuovo “Gigi Casati” un nuovo "Pelizzari"...

Io trovo che l’istruttore non deve mettere divieti ma condurre l’allievo in un percorso di consapevolezza dei propri limiti e non imporre l’accettazione di divieti. Limiti che devono nascere da una reale consapevolezza del proprio saper fare sovrapposta a un’altrettanto consapevole accettazione del pericolo che si è disposti ad accettare.

Limiti che con il crescere della consapevole esperienza si sposteranno in avanti ma l’esperienza non ci deve portare a una minore percezione del pericolo cosa che al contrario avviene spesso nella subacquea e spesso ciò è fonte d’incidenti.

Nella subacquea spesso la percezione del pericolo si abbassa facendoci affrontare immersioni estreme con l’atteggiamento, ma soprattutto con la percezione del pericolo propria di chi sta facendo cose “normali”.

Questo è criticabile. Non è criticabile chi, conscio di fare cose estreme, vuole comunque tentare cose estreme, ma ovviamente questo è solo la mia personale opinione.


Condividi questo articolo su FaceBook:
comments powered by Disqus
Gravity Zero Technical Equipment - Cochran Dive Computer
Scuba Nick Generator
Ecologia e subacquea