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L'immersione in solitaria

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- Nella frequentazione di corsi d’immersione, a tutti è capitato di sentire esprimere dagli istruttori e ribadito nero su bianco sulle pagine dei vari manuali, il concetto che per questioni di sicurezza NON CI SI IMMERGE MAI DA SOLI. La figura di un compagno d’immersione, oltre a servire eventualmente d’aiuto ad un subacqueo in una situazione di difficoltà, risulta un vantaggio anche nella soluzione di inconvenienti di minore entità e comunque, il compagno è la persona con la quale si condivide la passione.

Nell’ambiente della subacquea, sia in Italia che all’estero però, in una realtà concreta ed oggettiva, c’è un importante numero di persone che abitualmente attuano normalmente immersioni in solitaria.

Allora questi sub che non tengono in considerazione e, diciamo così, trasgrediscono questo consiglio, sono superficiali?

In quanto praticante di questo modo di andare sott’acqua, provo a dare delle risposte, o quanto meno a darne delle mie sulla base della personale esperienza maturata in tal senso.

Nelle immersioni fatte nel corso del tempo, un po’ alla volta ho assimilato sempre qualcosa in più. Ho imparato, ho frequentato corsi, ho ascoltato persone preparate, ho fatto tesoro delle esperienze mie e degli altri, ma soprattutto con costanza e perseveranza ho fatto tante immersioni.

Ad un certo punto, dopo lungo e paziente percorso, ho acquisito quella maturità che mi ha consentito di capire soprattutto di non sentirmi affatto un nuovo invincibile dio delle acque ed assoluto conoscitore di tutto quello che riguarda la penetrazione dell’uomo dentro il sesto continente.

Anzi, ad essere sincero e non barando innanzitutto con me stesso, più si allargavano e si allargano le conoscenze a riguardo e più scopro che la mia ignoranza possiede vastissimi ed incolti territori.

Mi reputo una normalissima persona che ha preso perfettamente coscienza delle proprie possibilità e dei propri limiti, soprattutto perché ho imparato ad avere bene in vista quegli incolti territori dei quali dicevo qualche riga sopra.

All’immersione in solitaria sono arrivato dopo circa una decina d’anni di intensa attività subacquea e per scelta personale o meglio, più esattamente devo dire che ci sono arrivato per esigenza personale.

Ad un certo punto della mia “carriera” subacquea, mi è venuto spontaneo iniziare a concepire di fare delle discese senza la presenza del compagno.

Questi miei pensieri di autonomo, però si scontravano con una “cultura sub” che avevo dentro, assimilata a seguito degli insegnamenti dei miei primi maestri d’immersione dell’epoca ed allo studio dei testi scritti.

Tutti, indistintamente, categoricamente mi avevano dato un “imprinting” che diceva: “CI SI IMMERGE SEMPRE IN COPPIA.” Nel corso del tempo ho avuto al mio fianco diverse tipologie di compagni d’immersione, con alle spalle i più variegati trascorsi sub.

Dall’amico fidato e di provata esperienza subacquea con il quale grazie all’affiatamento ci s’intende non più con i ben codificati segnali che adoperiamo, ma semplicemente con sguardi a volte anche appena accennati, al subacqueo sconosciuto ed incontrato all’ultimo minuto casualmente su di una barca di un centro d’immersione del quale, subacqueamente parlando, nulla si sa e con il quale, magari, già non ci si intende fuori dell’acqua prima d’iniziare il tuffo.

Questi due esempi che schematizzano ed estremizzano al massimo la gamma dei vari modelli di “compagni” da me avuti, mi hanno fatto iniziare a riflettere e meditare su quel concetto categorico, poc’anzi ricordato, che affermava di non andar mai da soli.

La miglior opzione tra avere un fidato compagno d’immersione o avere un “non” fidato compagno è naturalmente, manco a dirlo, la prima.

Trovarsi infatti sott’acqua con al proprio lato una persona della quale si dubita delle capacità, è poi così rassicurante?

Decisamente No, o per lo meno non per me.

Io non sono ne’ superman e neanche l’uomo di Atlantide, ed il dubbio che a qualche spanna da me ci sia un tipo che non sappia come comportarsi nel caso in cui per un inconveniente di qualsiasi genere avessi io bisogno di lui, personalmente mi toglie il piacere di vagare sotto i flutti in compagnia.

In quelle occasioni da me vissute in prima persona, tecnicamente ero solo seppur fisicamente vicino un altro sub, con l’aggravante di avere la preoccupazione in più di dovermi accollare la responsabilità dell’altro che mentalmente era anni luce lontano da me.

Per logica deduzione, ecco allora sorgermi l’interrogativo sul dogmatico concetto sentito e letto chissà quante volte che enunciava la presenza in qualsiasi occasione d’immersione del “compagno”.
Quella regola se presa in generale è più che sensata in una “ipotetica ed ideale comunità subacquea”, dove tutti i divers sono o dovrebbero essere veramente coscienti e consapevoli dell’importanza del ruolo che riveste l’essere “compagno d’immersione”.

Però, oggettivamente, quello che ho visto e vissuto girando per immersioni, è spesso molto lontano da quell’ipotetica ed ideale comunità subacquea.

Non sarebbe però assolutamente corretto nel fare di tutt’erba un fascio. Di sommozzatori preparati, addestrati adeguatamente, d’esperienza e pronti ad intervenire correttamente e nella maniera più appropriata in caso di una necessità del proprio “buddy”, ce ne sono.
Quella standardizzazione di sicurezza, necessaria a rendere omogenea la vera efficacia del “sistema di coppia”, a gran parte della “comunità”, però, assolutamente manca.

Metabolizzato e scrollatomi di dosso questo oggettivo contrasto “culturale” tra quello che mi avevano detto i “maestri” e quello che per logica pratica avevo provato direttamente tante volte, ho iniziato quindi a percorrere con l’unica tattica possibile al riguardo, quella dei piccoli passi, la strada dell’esperienza sommersa in solitaria, interiorizzando così nuove procedure e nuove sensazioni.

La molla principe che mi ha spinto ad iniziare l’attività in solitaria, sottolineo, è stata concepita dentro di me indipendentemente dal fatto che in giro ci fossero “compagni” non propriamente consapevoli di tale ruolo. Questo fattore, semmai, ha contribuito solamente con un’ulteriore piccolo impulso in quella direzione. Per me andare sott’acqua da solo è anche un po’ mettersi alla prova perché, senza dubbio, bisogna essere molto più attenti e concentrati.

In questo tipo di tuffi mi capita d’effettuare un ininterrotto, costante e continuo controllo su me stesso, sull’attrezzatura, sull’ambiente che mi circonda. Insomma, quelle cose che abitualmente faccio quando m’immergo in compagnia e che “pretendo” facciano i miei “compagni”, le metto in pratica in una modalità molto amplificata quando me ne vado da solo.

Nel corso del tempo e della perenne ripetizione, questi gesti mi sono diventati automatici e non penso più che in un tale momento “devo” ricordare di fare un “check”.

Mentre guardo, esploro, fotografo, mi muovo, assaporo l’immersione in ogni suo attimo, cioè faccio tutte le cose che i sommozzatori sportivi (ricreativi e tecnici) abitualmente fanno, contemporaneamente controllo la scorta di gas, la profondità, le indicazioni della bussola, l’attrezzatura, la mia respirazione e me stesso.

In immersioni solitarie impegnative, con la concentrazione espansa in maniera esponenziale, come in un “mantra” ripetitivo i miei pensieri ondeggiano in costante flusso tra il controllo e gli obbiettivi del mio tuffo. Ho la sensazione unica e strana, mai provata in altre circostanze, di osservarmi dal di fuori come se fossi sdoppiato. Credo che forse, probabilmente possa in qualche maniera dipendere dal livello di massima attenzione che dilata in positivo a dismisura tutte le percezioni e sensazioni.

Di certo ci sono anche altre motivazioni che mi hanno spinto ad iniziare.

Mi reputo fortunato perché ogni volta che vado ad immergermi, ancora adesso dopo tanti anni da quello che fu il tuffo numero uno, lo faccio con lo stesso identico ed immutato entusiasmo di quella prima volta.

Con questa forte motivazione, che nel corso del tempo è rimasta inalterata, ho sempre cercato d’organizzarmi l’immersione compatibilmente con altri impegni personali.

A dir la verità, però, di reali e concrete cause di forza maggiore esterne che hanno condizionato questa voglia, meno male ne ho avute poche, contrariamente a certi conoscenti, potenziali compagni d’immersione, ai quali sempre all’ultimo minuto, puntualmente, accadevano degli imprevedibili contrattempi.

Spesso, infatti, agli inizi mi è capitato parecchie volte di dover abortire l’immersione programmata perché il compagno, o i compagni, in zona Cesarini rinunciavano a causa di variegate motivazioni. Allora rimanevo lì a secco a mordere il freno, pensando che per trovare un’altra occasione avrei dovuto attendere il successivo fine settimana.

Quella loro rinuncia mi toglieva qualcosa alla quale ero motivato ed entusiasta e per la quale personalmente avevo programmato gli impegni. Allora un giorno, stufo di queste andate in bianco totalmente indipendenti dalla mia volontà, presi la decisione che non mi sarei più lasciato condizionare dalla presenza o meno del compagno.

A prescindere dal “buddy“/compagno, eventualmente sempre ben accetto, comunque sott’acqua sarei sceso lo stesso.
In questo tipo d’immersione scelgo io dove, quando e come andare.

Tali aspetti non mettono in luce solo importanti questioni prettamente tecniche, ma anche psicologiche e di personalità. Andandomene a zonzo in tal modo, incondizionatamente, assaporo ancor di più un senso di libertà che, nel concetto più ampio del termine, per il sottoscritto è di valore assoluto ed irrinunciabile.

In conclusione, non mi sento di consigliare o di sconsigliare l’immersione in solitaria.

Posso solo dire che in base a quella che è stata la mia esperienza, ad un certo punto dopo tanta attività fatta ho sentito l’esigenza di seguire anche questa nuova strada che ho trovato gratificante e che quindi ho continuato a percorrere. Se non fosse stato così l’avrei lasciata.

Ad esempio, mai accingersi ad intraprendere il “solo diving” solamente per imitare alcuni colleghi sub conoscenti o dello stesso circolo: la motivazione, che è il fondamento di ogni nostra azione, si appoggerebbe su di un terreno instabilissimo.

Per gli stessi identici motivi, invece, sconsiglio vivamente d’intraprendere questo sentiero dopo aver frequentato corsi che propongono questo modo di scendere in acqua. Per come la vedo, l’immersione in solitaria si apprende appunto in solitaria e non s’insegna.

Sarebbe infatti davvero un assurdo non senso per un allievo ascoltare delle regole sull’argomento, da parte di un istruttore che poi all’atto pratico non sarà presente in acqua.

All’immersione in solitaria, eventualmente, ci si arriva da soli ed esclusivamente per propria e soprattutto matura libera scelta, con motivazioni intime che non devono risentire di alcun tipo di condizionamento o forzatura d’ogni genere proveniente dal di fuori.

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